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Quando e perché scegliere il percorso di fecondazione eterologa

Secondo le ultime stime del Ministero della Salute, in Italia, più di due coppie su dieci hanno problemi di infertilità, analogamente a quanto si registra nei Paesi industrializzati. I fattori che determinano questo incremento sono diversi: l’avanzare dell’età del primo concepimento, la scarsa frequenza dei rapporti sessuali, la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, lo stile di vita inadeguato (obesità, sedentarietà, fumo di sigarette, abuso di alcol ecc.), l’esposizione ad alcuni fattori ambientali tossici per la funzione riproduttiva ecc. [1,2]. Tutto ciò comporta quindi che sempre più coppie si a Centri di procreazione medicalmente assistita (PMA) e accettano di intraprendere un percorso non facile, dagli esiti incerti, non privo di rischi e conseguenze per la loro salute fisica e psichica. Laddove nemmeno la fecondazione assistita di tipo omologo può essere d’aiuto a causa di una condizione di sterilità definitiva di uno o di entrambi i partner, resta ancora una speranza per coloro che non riescono ad accettare l’inaccettabile: la fecondazione assistita eterologa.

Tale procedura è un tipo di PMA realizzato con il ricorso a uno o entrambi i gameti di un donatore e/o di una donatrice. Le tecniche utilizzate dalla fecondazione eterologa sono le medesime di cui si serve la procedura omologa. Con l’ausilio della fecondazione eterologa un uomo che non dispone di spermatozoi utili alla fecondazione può ricorrere al seme di un donatore riposto nelle cosiddette “banche del seme”. Allo stesso modo una donna priva di ovociti fecondabili può servirsi degli ovuli di una donatrice. Possono far ricorso all’eterologa “coppie maggiorenni, di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambe viventi”, come previsto dall’art. 5 della Legge 40/2004 [3]. Come stabilito dall’art. 4 della medesima legge è opportuno agire secondo il principio di gradualità delle tecniche. Ovvero quando le indagini cliniche attestano che una coppia è affetta da infertilità non assoluta o idiopatica, e l’età della partner femminile rientra nel cut-off stabilito dalle delibere regionali, i due partner vengono sottoposti a fecondazione assistita omologa. Nel caso in cui non venga ottenuto alcun beneficio da quest’ultima viene valutata l’opzione di ricorrere alla donazione di gameti.

Conclusioni

Su suggerimento delle Società scientifiche, si sconsiglia la pratica eterologa su donne over 50. Per la donazione di gameti maschili si considera rilevante allo stesso modo l’età della partner, con le stesse limitazioni. Il fine è poter assicurare ai figli una famiglia stabile che possa badare e offrire loro le cure adeguate fino al termine dell’adolescenza e, possibilmente, anche oltre evitando così di far nascere bambini in qualche maniera già “orfani” o, quantomeno, con genitori che invece di garantire sostegno al figlio ne avranno presto bisogno per loro stessi [4]. Nella procedura eterologa la qualità dei gameti donati è alta sia per il fatto che provengono da persone di età il più delle volte inferiore a quella che hanno le riceventi sia perché vanno incontro a rigidi controlli atti a garantirne il buono stato [5]. In tal modo il numero di cromosomopatie e difetti genetici viene ridotto considerevolmente e la buona riuscita della fecondazione è agevolata.

Consigli pratici

Possono accedere alle tecniche di fecondazione eterologa donne con ipogonadismo ipergonadotropo (cioè con problematiche di tipo ormonale che impediscono il concepimento naturale e che non rispondono alla stimolazione ormonale preparatoria a un ciclo di fecondazione assistita); donne in età riproduttiva avanzata; donne con ridotta riserva ovarica dopo il fallimento di fecondazione omologa; donne affette o portatrici di un significativo difetto genetico o che abbiano una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato; donne con ovociti e/o embrioni di scarsa qualità o ripetuti tentativi di concepimento falliti tramite tecniche di PMA; donne con fattore iatrogeno di infertilità (danno causato da un trattamento clinico di tipo diagnostico o terapeutico). È consentito il ricorso alla donazione se il partner maschile presenta dimostrata infertilità da fattore maschile severo (azoospermia, oligoastenozoospermia severa o mancata fertilizzazione dopo l’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo [ICSI]); se il partner maschile presenta una disfunzione eiaculatoria incurabile, o se l’uomo è portatore di un significativo difetto genetico o se ha una storia familiare di una condizione per la quale lo stato di portatore non può essere determinato; se presenta un’infezione sessualmente trasmissibile che non può essere eliminata; se si riscontra un fattore iatrogeno di infertilità; se la partner femminile è Rh-negativo e gravemente isoimmunizzata e il partner maschile è Rh-positivo.

Dott.ssa Stefania Luppi – IRCCS Burlo Garofolo, Trieste

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